QUANDO IL DIVERSO SEI TU

Domenica 4 dicembre, alle prima di luci del mattino, quando si stavano per aprire i seggi del referendum costituzionale, ho fatto ritorno da un viaggio breve quanto intenso. Gli adesivi sulle valigie tutte cellofanate prima del lungo volo, e il logo su tutte le magliette gialle portavano un nome ben preciso: Lifeline Dolomites. Da adolescente alto atesino poco in contatto con le iniziative trentine, non avevo mai sentito nominare questa organizzazione. Con sede in Val di Fassa, la valle trentina tra le Dolomiti, Lifeline Dolomites è una Onlus che promuove iniziative di solidarietà nelle aree povere del Pianeta. Nata nel 2000 ricopre un ruolo fondamentale di appoggio a tutte le iniziative portate avanti dal Dottor Carlo Spagnolli, un medico molto noto da queste parti, che da più di 40 anni opera la sua missione umanitaria in Africa. Spagnolli è un uomo speciale, un intellettuale, un idealista vero che riesce a concretizzare iniziative davvero importanti di solidarietà e di cooperazione soprattutto nell’ambito della salute.


L’Africa del dottor Spagnolli si chiama Zimbabwe: è quello infatti il Paese dove opera maggiormente. Infatti questa era la meta del nostro viaggio dall’altra parte dell’emisfero. Capofila e capogruppo fin dall’inizio del viaggio, i suoi spettacolari aneddoti sul suo passato africano ci hanno tenuto compagnia fino ad Harare, capitale dello Zimbabwe. Era un anno che non tornava nel luogo che ormai chiama casa.

Il nostro “crew” era composto da ben 10 persone esperte: due primari (uno di chirurgia e l’altro di cardiologia) dell’ospedale S. Chiara di Trento (il maggiore della provincia), tre infermiere e due tecnici più il dott. Spagnolli e un rappresentante dell’Associazione Lifeline Dolomites. Eravamo diretti a Chinhoyi, nella provincia del Mashonaland Occidentale per promuovere un progetto con l’ospedale provinciale. Quest’anno l’organizzazione ha voluto sovvenzionare e insegnare ai medici zimbabwesi un’innovativa tecnica chirurgica non ancora praticata nel loro ospedale: la laparoscopia.

La cittadina si trova a più di 100 chilometri dalla capitale, quindi la trasferta in macchina fino a destinazione ha permesso di gustare un spicchio d’Africa, ammirando paesaggi e realtà finora a me sconosciute. Di solito si parte con un’idea abbastanza standard del Continente nero: povertà, mancanza di istruzione e di cibo, savana, leoni, paesaggi incontaminati e via discorrendo. In realtà non sapevo bene cosa aspettarmi dal mio primo impatto con l’Africa. Prima di tutto il clima: il primo giorno pioveva, ora è estate e inizia il periodo delle piogge. Poi gli abitanti: mi sono forse accorto per davvero in questa occasione di essere io il diverso, come dimostrava il fatto che la quasi totalità delle facce, escluse quelle familiari con le quali condividevo questa avventura, ovviamente scure, mi fissavano a lungo e con attenzione. Il loro sguardo lasciava intravedere un misto di diffidenza e curiosità, con l’aggiunta di un pizzico di stupore.

L’ospedale è stato progettato e costruito dai cinesi in accordo con il governo dello Zimbabwe nel 1998. L’edificio, costituito da soli due piani, cerca di sfruttare il più possibile la luce solare, attraverso ampie vetrate e numerose bocchette di luce sul soffitto. Gli spazi al suo interno sono molto vasti, le sale operatorie sono larghe quasi il doppio rispetto a quelle dei nostri ospedali.  Purtroppo spesso sia l'elettricità che l'acqua mancano e molte apparecchiature non sono funzionanti. L'ospedale ha 480 posti letto e al suo interno lavorano meno di 10 medici africani!

Ho dovuto per prima cosa ambientarmi in Africa, non sapevo bene cosa aspettarmi. Lo Zimbabwe non è il classico paese del terzo mondo, stereotipo di povertà e mancanza di cibo. Nel suo periodo coloniale è stato un paese florido, agricoltura e materie prima. Ovviamente fa sempre uno strano effetto mettere per la prima volta piede in una terra totalmente sconosciuta. Come a conferma del fatto che non erano loro quelli diversi questa volta, ma eri tu. Il loro non era uno sguardo che trasmette odio.

Il vero stupore, in tutta la sua ingenuità, l’ho visto per la prima volta negli occhi dei bambini dell’orfanotrofio San Marcellino ad Harare. Dopo averci visto hanno lasciato perdere i loro giochi in giardino e si sono girati verso di noi, terminando il loro motivo di curiosità e il mio motivo di imbarazzo in una sventolata di mani che salutano. Un gesto tenero e molto semplice, che però fa un certo effetto visto in un contesto simile. Abbiamo anche incontrato le suore della carità e le suore S.O.L.A. (Sister of our Lady of Africa), “sorelle” ormai anziane ma ancora piene di vitalità e entusiasmo. Grazie al loro contributo molte persone riescono a sopravvivere. Ricevono cibo e medicinali, soprattutto ora che una grave crisi economico-finanziaria sta dilagando in tutto il paese.

La tendenza a un fare amichevole è propria di tutte le persone che ho incontrato, chi più chi meno. Sono tutti molto affabili, e una cosa che ho subito notato è il loro modo di salutare. Non si limitano a un semplice “hello” o “hi”, ma chiedono sempre come stai, “how are you?”. Chiunque, dall’infermiera in ospedale al passante che incrocia il tuo sguardo, si rapporta in questa maniera.

È stato bello passare un po’ di tempo a contatto con le persone, cercare di capire in che modo loro vivano ma anche per individuare le sostanziali differenze tra la loro e la nostra cultura. Sicuramente non sono perseguitati dal demone del tempo. I diversi interventi svolti in sala operatoria, o le faccende riguardanti l’apparato amministrativo dell’ospedale stesso, non erano affrontate con foga, anche se avrebbero forse meritato una maggiore celerità.  Diciamo che i tempi distesi, a volte anche un po’ snervanti se si vuole, sono tipici del modo di vivere della gente. Non si tratta solo di indolenza o cattiva organizzazione, ma più semplicemente di un’abitudine così radicata che diventa quindi difficile da estirpare/cambiare.

Un viaggio in Africa, che sia in Zimbabwe o in qualsiasi altro Stato, lascia i suoi segni indelebili. È proprio vero: il paesaggio che colpisce con tramonti di un arancione più intenso di un’arancia stessa, con una natura ancora selvaggia ma purtroppo già ampiamente contaminata dall’uomo. È anche bello rendersi conto che si può fare qualcosa per cambiare situazioni difficili. Il segreto sta nel farsi coinvolgere e nel mettersi in gioco in prima persona.

Pietro Bonmassari 

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